Il respiro del mare

Stralci di vita vissuta fra due mondi

L’amore per il mare è quasi innato in ognuno di noi, abbiamo passato tutti i primi mesi della nostra esistenza in immersione e il liquido che compone ogni nostra singola cellula è del tutto simile all’acqua di mare. Così per me come per altri tornare al mare è un po’ come tornare a casa, tuttavia, per la maggior parte degli amanti del mare vi è un momento in cui ci si rende conto del proprio legame con il continente liquido. Custeau nel 1936, nei pressi di Tolone, guardò per la prima volta attraverso la maschera, squarciando il velo che lo separava dagli abissi marini. Fino a quel momento il mare per lui era stato solo “un ostacolo salato che gli bruciava gli occhi”, ma le sorprese che il mondo dietro lo specchio gli riservò lo colpirono a tal punto da legarlo indissolubilmente al mare. Scrive il capitano in merito nel libro “il mondo silenzioso”:

“Talvolta, anche se di rado, si ha la fortuna di accorgersi che nella nostra vita è subentrato un cambiamento, si abbandona la via vecchia, si imbocca la nuova e si prosegue dritti per la nuova rotta, mi accadde una cosa simile a Le Mourillon, quel giorno d’estate in cui i miei occhi si aprirono sul mare.”

Non è stato così per me che praticamente sono nato con una maschera sul viso, mio padre Mario è stato un pescatore subacqueo e desiderava che il primogenito lo seguisse nelle sue battute di pesca, neanche lui penso mi avrebbe immaginato come sono oggi! Così bruciai le tappe, ero solo un bimbetto e non sapevo ancora nuotare quando misi la prima maschera, ero alla marina di Puolo a Massa Lubrense e mi ritrovai in un attimo ad inseguire veloci pesci argentei, non ricordo emozioni particolari forse perché ero troppo piccolo per capire bene cosa stesse accadendo o forse perché mi sembrò una cosa “naturale”. Poco dopo quella maschera di gomma con il vetro in plastica si appannò inevitabilmente e da bravo rompiscatole feci le mie rimostranze a mio padre che fu costretto a comprarmene una “professionale” molto più costosa.

La prima muta invece fu quella di mio padre, era stata la sua prima muta, tanto grossa da dover essere riempita con un maglione, mio padre mi portò anche per le prime volte in acqua di notte, mi teneva vicino a sé, avevamo una torcia sola in due e quando lui scendeva giù in apnea mi lasciava da solo, avvolto in quell’acqua nera come l’inchiostro ad aspettarlo, non ho mai avuto paura, forse perché ero con lui che infondeva sicurezza o forse perché era lo stesso mare che me la trasmetteva.

La spiaggia della mia infanzia in una rara foto notturna

L’accondiscendenza di mia madre nutrì quella passione, quando ero bambino e mi vedeva partire con la maschera sapeva già che non mi avrebbe rivisto per ore e che, inesorabilmente, mi sarei allontanato dalla sua supervisione, quante preoccupazioni devo averle dato, ancora oggi quando esco per un’immersione partendo da casa dei miei genitori lei mi apostrofa con un “statti attento”.

Il mare del mio paese visto da una finestra scavata nel tufo

La passione per la biologia marina fiorì rapidamente, furono una serie di concause ad alimentarla, sicuramente una fu il fratello di mamma, ero ragazzino e giocavamo spesso a dare i nomi scientifici ai pesci, non c’era internet e l’unica fonte erano i libri, era un svago divertente. Pian piano mi sono appassionato sempre più non solo alla tassonomia (la scienza che incasella le specie in categorie sino alla specie), ma anche all’etologia e l’ecologia.
Fu proprio la passione per tutti gli aspetti della biologia marina e non solo che poi mi guidarono verso la mia scelta di laurearmi in scienze naturali, devo dire che con il senno di poi fu un’ottima scelta, un indirizzo di studi che mi è rimasto particolarmente nel cuore.

Dalla mia prima maschera in poi ho passato una quantità di ore in acqua indescrivibile e in nessun modo quantificabile. Da adolescente avevo un buon fiato e avevo coltivato la mia passione per la biologia marina anche se erano ancora i pesci gli animali che mi interessavano di più.

Sicuramente il mio primo brevetto da sub è arrivato tardi, mia madre Angela, che uno strano gioco del destino ha voluto che avesse per cognome Mare,  pensava che l’immersione subacquea fosse un’attività pericolosissima. Per accontentarla presi il mio brevetto solo a 22 anni, con il mio inseparabile amico e primo compagno di immersioni Gaetano Dario Gargiulo, anche se “abusivamente” avevo già provato l’autorespiratore. La fotografia è venuta dopo ed è stato proprio Dario a contagiarmi, dapprima fu la voglia di immortalare per pure ragioni di identificazione gli organismi ma pian piano è divenuto altro! La mia prima macchina scafandrata e il mio primo flash me li regalò mio nonno materno poco prima di morire, era molto anziano e ormai viveva nel suo letto e quando gli mostravo i miei primi scadenti scatti una luce si accendeva negli occhi, un misto di commozione e stupore, lui era di un’altra epoca e non aveva mai indossato una maschera.

Le onde si infrangono sugli scogli in penisola sorrentina

Il mio primo viaggio subacqueo lo feci a Pantelleria, avevo conosciuto Maria Ghelia (Centro Immersioni Pantelleria) tramite internet, e senza mai averla incontrata di persona presi l’aereo e rimasi quasi un mese per darle una mano nel suo Diving, ci aveva unito il fortissimo amore che entrambi provavamo per il mare, è stata per me una grandissima fonte di ispirazione, una subacquea di altri tempi con un bagaglio pieno zeppo di esperienze e un’immensa passione, anche a lei devo moltissimo. Tornai, infine, a casa con un amore ancor più forte temprato e rinnovato da Maria e dal suo mare.

Strada per il faro di Punta Spadillo, Pantelleria

Da allora in poi ho girato un po’ il mondo e ho avuto la fortuna di esplorare mari lontani; ricordo come ieri la mia prima immersione tropicale.

Ero con Mattia Lauro nelle Filippine per la realizzazione di un documentario, dopo più di 20 ore di volo, un giorno in città e un’ottantina di chilometri in auto arrivammo al nostro resort sul far della sera, il proprietario, un romano simpaticissimo, ci chiese se volevamo fare subito una notturna senza guida, la risposta fu più che ovvia.

Mi ritrovai immerso in un mondo incantato, la luce delle torce illuminava un giardino di coralli di cuoio nella laguna che precedeva il reef vero e proprio, mi si rivelò un mondo tutto nuovo pulsante di vita e pieno di piccoli organismi tutti da scovare e da identificare, fu un po’ come immergersi per la prima volta, ad ogni angolo c’era qualcosa che non conoscevo.

Uno dei miei viaggi ai tropici, isola di Siladen, Indonesia

Non ho mai smesso di emozionarmi e di stupirmi, Einstein disse che “perdere il senso dello stupore e della meraviglia significa quasi morire, cessare di vedere” e sono pienamente d’accordo. Ho visto decine di delfini in caccia saltare all’unisono vicino le coste procidane, ho nuotato con tartarughe, enormi carangidi e squali, con le mante giganti e con l’incarnazione del titano Oceano, il più grande pesce del mondo lo squalo balena. Anche se le sensazioni che provavo erano fortissime ed indelebili, ho sempre vissuto tutti questi incontri con naturalezza, come se fossi anch’io un essere marino.

Un’ onda si infrange sugli scogli al tramonto

Così come i più grandi abitanti dell’oceano anche il mondo del più piccolo mi ha sempre affascinato, mi stupisco sempre dell’immensa perfezione di alcuni organismi, tutta concentrata in pochi centimetri o addirittura millimetri. Piccoli gamberi, gobidi invisibili e i nudibranchi con i loro colori brillanti, le forme inconsuete e le loro vite segrete… infondo, sono per noi segrete la maggior parte delle esistenze degli organismi marini, purtroppo possiamo dare solo una fugace occhiata dal buco della serratura a quello che si nasconde in questo universo di infinita diversità.

Purtroppo nei miei vagabondaggi ho anche assistito a scene pietose di un mare spesso sovra sfruttato e avvelenato da inquinanti, invaso da plastiche e rifiuti di ogni genere. Ho visto spiagge che niente avevano a che fare con il mio “ideale”, usate solo come spazi per balli e bagordi notturni dove per la maggior parte del tempo il rumore gioioso delle onde era inudibile, ma quelle stesse spiagge in poche ore di tempesta si ritrasformavano in un dominio incontrastato del mare! Nonostante tutto, ma soprattutto nonostante noi, il mare continua a vivere, a combattere, a mostrare la sua prorompente vitalità e a frangersi sulla costa.
Basterebbe solo lasciarlo in pace poco per farlo ritornare quello di un tempo!

Il mare che non vorrei vedere più

Spero con il mio lavoro di risvegliare qualche coscienza e di aiutare un poco il mare e di potermi sdebitare con lui, per tutto quello che mi ha dato in questa pazza vita che ho vissuto fra due mondi.

Fabio