Ma le gorgonie sono urticanti?
Nella mitologia greca, le Gorgoni erano tre sorelle: Steno, Euriale e Medusa. Erano creature dall’aspetto spaventoso, dotate di ali dorate e mani di bronzo. La loro caratteristica più temibile erano i serpenti che formavano la chioma e il potere di pietrificare chiunque incrociasse il loro sguardo. Ovviamente la più nota delle sorelle era Medusa, ma non è di meduse che voglio parlarvi oggi, ma di alcuni parenti di queste ultime che dal mito prendo il nome, le gorgonie.
Voglio subito, a scanso di equivoci, rispondere alla domanda del sottotitolo in maniera abbastanza perentoria anche se incompleta;
Le gorgonie sono urticanti?
Si!
Vi spiego rapidamente le gorgonie sono ottocoralli appartenenti al phylum degli cnidari, come tutti gli cnidari posseggono cellule urticanti dette cnidocisti (cnidociti o cnidoblasti).
Un famoso esempio che a tutti verrà in mente di cnidari che sono notoriamente urticanti, per l’uomo sono gli Scifozoi, volgarmente e riduttivamente nominati “meduse”, nome che deriva da una delle gorgoni appunto.

Se non siamo mai stati urticati da una gorgonia non significa che queste non siano urticanti, infatti, gli organi urticanti presenti nei cnidoblasti (nematocisti o nematociti) posseggono un lungo filamento atto ad iniettare il liquido urticante nella “vittima”.
Se questo filamento riesce ad attraversare il tegumento del bersaglio allora quest’ultimo viene avvelenato altrimenti no, va da se che i filamenti presenti nelle cellule urticanti delle gorgonie non sono capaci di oltrepassare lo spesso strato della nostra pellaccia non ci danneggiano in alcun modo.
Anche alcune meduse molto urticanti, tipo Pelagia noctiluca, se, per esempio, spostate con il palmo della mano non sono capaci di fare danno, proprio perché la pelle del palmo della mano è più spessa. Mi raccomando “non fatelo a casa”, io mi sono trovato spesso a spostare con le mani meduse, basta che tocchino il lato interno delle dita e siete urticati per bene!

A cosa è dovuto questo preambolo?
Bene è da poco uscito un articolo interessante, su Open Biology, sulla composizione del veleno della gorgonia bianca, Eunicella singularis, solo una delle specie mediterranee appartenenti a questo ben nutrito taxon:

Ebbene, se la composizione dei veleni delle meduse e delle attinie (esacoralli) è ben studiata, poco ancora si sa su quella degli ottocoralli come le gorgonie appunto.
Per ovviare a queste lacune gli scienziati hanno provato a studiare “da vicino” questi veleni ancora poco noti.
Lo studio, fra l’altro condotto da alcuni studiosi italiani della Stazione Zoologica Anton Dohrn, ha evidenziato peculiarità del veleno di E. singularis rispetto a quello delle attinie, riflettendosi nella presenza di diverse tossine con conformazioni strutturali inedite, meritevoli di caratterizzazione funzionale.

Dopo aver confrontato il patrimonio genetico di diverse specie di ottocoralli per comprendere meglio l’evoluzione dei loro veleni, i ricercatori hanno identificato diversi tipi di tossine e ipotizzato il loro possibile ruolo nell’adattamento di queste specie. L’analisi delle proteine presenti sia nell’intero organismo che nelle nematocisti ha rivelato che alcune tossine si trovano in entrambe le aree, mentre altre sono specifiche. Inoltre, sono stati individuati due diversi processi di attivazione e maturazione delle tossine, suggerendo che la loro produzione sia regolata da meccanismi complessi.

Ma a che serve il veleno alle gorgonie? Facile per predare il loro cibo preferito, lo zooplancton. Nonostante alcune specie come Eunicella singularis ospitino alghe simbionti nei tessuti (zooxantelle, proprio come le madrepore) , E. singularis presenta bassi livelli di produttività primaria legata all’attività delle microalghe, gli esemplari dipendono dalla nutrizione eterotrofa per soddisfare i propri bisogni metabolici, alimentandosi principalmente di zooplancton, appunto, integrato con materia organica particolata (POM).

Attraverso un approccio multidisciplinare, i ricercatori hanno dimostrato che gli ottocoralli producono un veleno complesso e ricco di neurotossine, con scarse somiglianze rispetto al repertorio di veleni studiati negli esacoralli. Questa distintività è evidenziata dalla presenza di nuove strutture proteiche con una complessa storia evolutiva. Quindi non solo sono urticanti e ma hanno anche dei veleni tutti loro che in futuro potrebbero rivelarsi interessanti se applicati a biotecnologie.
Questi risultati sottolineano la necessità di ulteriori studi, sia sulla biologia di questo gruppo di organismi ancora poco studiato, sia sulla caratterizzazione funzionale delle loro tossine, per comprendere il significato adattativo del loro arsenale velenifero.
Fabio Russo

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