Divulgare, semplificare, antropomorfizzare

Grandi e piccoli drammi per un divulgatore

Sono sul più noto dei social network e su una pagina di un ragazzo che fa un ottimo lavoro di divulgazione trovo una discussione, a mio avviso sterile, che però mi accalora parecchio, si sviluppa proprio fra 2 persone che fanno divulgazione, la cosa mi riporta alla mente un “paragrafo” che ho scritto nelle innumerevoli pagine buttate giù sulle mie moleskine nel periodo passato alle Maldive, dal titolo appunto “Divulgare, semplificare, antropomorfizzare”.

Non so se renderò mai pubblici questi scritti, ma questo mi è venuto in mente per ben 2 volte nell’ultimo periodo e mi va quindi di pubblicarlo, magari non sarà tecnicamente scritto perfettamente ma ogni tanto fa bene condividere qualcosa di diverso dal solito.
Innanzitutto chi mi conosce sa che da più di 2 decenni, ormai son tanti, mi dedico alla divulgazione della biologia marina, se volte approfondire la mia conoscenza leggete qui:

Il respiro del mare

Il lavoro del divulgatore è durissimo, a volte, più spesso di quello che si pensa, si prendono dei concetti molto difficili e complessi e li si traduce letteralmente in modo che la maggior parte delle persone possa comprenderli.
In questo continuo gioco fra semplificazioni e spinta verso la ricerca dell’interesse dell’interlocutore medio si incorre spesso, e incorro spesso anche io, in errori, a mio avviso, gravissimi.

All’opera durante una piccola conferenza, io che parlo di me che parlo di cose.

Il primo è l’eccessiva semplificazione, se proviamo a ridurre troppo all’osso un concetto può capitare che si perda il significato ultimo, quello originale, d’altra parte se non lo si semplifica abbastanza si può perdere e l’attenzione del nostro target, ovviamente il testo o il discorso che andremmo a trattare poi deve per forza di cose essere bilanciato in base a chi vorremo sia coinvolto, un esempio abbastanza facile è quello di pensare ad un testo indirizzato ai bambini ed uno agli aduli.
Dosare bene la semplificazione e la coerenza scientifica è difficile e come tutte le buone ricette se si bilanciano male gli ingredienti il risultato finale è poi deludente.

Una locandina simpatica per una live sulla pagina facebook dedicata ai bambini.

Un altro errore, che si vede spesso anche in molti documentari ma, penso, fatto in buona fede, è quello di magnificare eccessivamente la natura. Tutti, o quasi, troviamo la natura bellissima ed affascinante ma dire, ad esempio, che è perfetta (cosa che se ci fate caso succede spessissimo, il predatore perfetto, l’evoluzione perfetta, la perfetta macchina biologica ecc.) è non solo sbagliato concettualmente, la natura è eccezionalmente complessa ma anche straordinariamente imperfetta, ma è anche errato a livello divulgativo, si passa così il concetto quasi divino della natura e degli animali, un idealizzazione che porta spesso nel senso di un terzo errore gravissimo, l’antropomorfizzazione degli animali.

All’antropomorfizzazione degli animali, degli eventi e dei comportamenti a loro legati è difficile fuggire, io stesso pur conoscendo bene questo tipo di errore divulgativo posso incorrervi, del resto il nostro cervello umano ha degli schemi predefiniti dovuti anche alla nostra evoluzione come specie sociale ed è difficile oggettivamente uscire da quegli schemi combattendoli con la ragione scientifica. Certo la persona comune parte con una serie di “concetti” sugli animali e sulla natura in generale che purtroppo il buon divulgatore dovrà demolire (non si costruiscono case solide su fondamenta sbagliate) nonostante a volte queste concezione istintive creino un empatia nel pubblico che quindi aiuterebbe il divulgatore a portare a termine uno degli obbiettivi prìncipi che si prefigge, far sì che il “divulgato” ami, si appassioni all’argomento che si sta trattando, nel mio caso la natura e più nello specifico la biologia marina.

Sempre a lavoro per approfondire per poter divulgare al meglio.

Gli esempi potrebbero sprecarsi, mi trovo spesso davanti a convinzioni da dover distruggere per poter ricostruire dalle basi, delle idee platoniche del tutto errate; la bontà dei delfini o di animali altrettanto “pucciosi”, ma anche la cattiveria degli squali sono per esempio dei concetti di antropomorfismo estremante radicati nella persona media.
Un altro esempio banale avviene quando mi trovo difronte a un piccolo gruppo di animali contenente tre individui di cui uno più grande, uno medio e uno più piccolo, la persona comune, lega la presenza di 3/4 individui insieme all’idea moderna del medio gruppo familiare umano formato da padre, madre e 1/2 figli e fa un’associazione logica legata ai suoi schemi mentali associando il gruppo alla famiglia, anche se gli animali osservati non hanno per niente cure parentali.
Un esempio è quello di un piccolo gruppo di mante, una leggermente più grande, una un po’ più piccola ed una decisamente di dimensioni più ridotte rispetto alle altre due, queste vengono inesorabilmente scambiate per padre, madre e figlio/a, ovviamente (questo per chi ha studiato biologia marina è chiaro) non è così, le mante non hanno cure parentali, o per lo meno non quelle che la maggior parte considera tali, assolutamente questi pesci cartilaginei non creano gruppi familiari. Per una manta prendersi cura della prole significa essere più sicura possibile che il piccolo possa farcela a sopravvivere in mare, significa partorire un esemplare già perfettamente formato e autosufficiente che potrà provvedere da solo a sé stesso.

manta di reef (Mobula alfredi).

Solo un piccolo esempio quindi di come la struttura propria del nostro cervello, evoluto per una vita da primate sociale, forgiato dalla cultura dei nostri tempi, per forza di cose antropomorfizzi, cerchi di trovare una causa o una struttura simile a quelle prefissate nei suoi schemi mentali, si vedono esempi di questi aspetti ogni giorno, un video o una foto che riprende una qualsiasi interazione fra animali, anche fra diverse specie, viene interpretato come amicizia, amore, altruismo o cattiveria ecc. tutte emozioni o comportamenti umani.

Penso, come appartenente alla specie Homo sapiens, di non riuscire a sottrarmi del tutto neanche io, per quanto mi sforzi, a semplificazioni ed antropomorfismo e di questo il lettore più attento e “preparato” mi dovrà perdonare, la mia lotta interna costante nell’eterna ricerca di una conoscenza della natura al di fuori di schemi mentali propri umani è probabilmente una guerra persa in partenza, ma qualche piccola vittoria “sul campo” potrò comunque portarla a casa.

Un ringraziamento ai colleghi Marco Colombo e Andrea Bonifazi per aver letto in anteprima questo articoletto ed avermi dato qualche consiglio.

Fabio Russo

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