Barriera madreporiche ad Astroides
In un periodo in cui ogni volta che si parla di “barriera corallina” in Mediterraneo scoppia un caso e si fraintendono i termini, vorrei essere quanto più esplicativo e chiaro possibile, spiegando bene cosa significa reef e perché la traduzione “barriera corallina” non è appropriata per tutti i significati di questo termine.
Innanzitutto, cosa si intende per reef? Molti pensano che quando si parla di reef si intenda “barriera corallina”, anche perché all’estero, dicendo reef, si sottintende spesso “coral reef”, sottintendendo proprio il termine coral. Ma tradurre reef con “barriera corallina” è un errore grossolano e da evitare se si parla con un biologo o un ecologo marino e lo si vuole vedere sopravvivere al trauma.
In Mediterraneo, come nel resto del mondo, ci sono tanti tipi di reef: i reef a policheti (degli anellidi come Sabellaria), reef a vermetidi (dei molluschi gasteropodi come Dendropoma cristatum) e altri ancora. Questo perché con la parola reef si intende una barriera biocostruita. Pertanto, limitare la parola reef alle sole barriere coralline è non solo impreciso, ma oscura la straordinaria diversità degli ecosistemi marini costruttori, anche nel nostro Mediterraneo.

Cos’è una biocostruzione? Si tratta di strutture tridimensionali create da organismi, animali e/o vegetali (il prefisso bio sta per “vita”), che crescono gli uni sugli altri. Queste strutture aumentano le possibilità per altri organismi di insediarsi e sopravvivere e, in generale, accrescono la biodiversità; le biocostruzioni sono tipicamente degli hotspot di biodiversità.
Nonostante tutto, anche nel Mediterraneo esistono dei “coral reef”, delle vere e proprie barriere madreporiche. Non sono imponenti come quelle tropicali (per carità, non immaginatevi la Grande Barriera Corallina australiana) ma sono comunque di tutto rispetto.
Se volete approfondire l’argomento delle barriere madreporiche, potete leggere questo articolo:

Nel Mediterraneo, come vi dicevo, alcune madrepore possono formare delle vere e proprie barriere. Ad esempio, in Adriatico esiste una grande e vasta barriera formata da Cladocora caespitosa. Nel Lago Marino Veliko Jezero, situato nella riserva naturale dell’isola di Meleda in Croazia, è stata documentata una piccola formazione corallina composta proprio da questa specie. Proprio come le più note madrepore tropicali, anche i cuscini di Cladocora caespitosa possono incorrere nel noto problema dello sbiancamento, o con termine anglofono “bleaching”.
Le cause di sbiancamento delle madrepore mediterranee possono essere le stesse di quelle che danneggiano i reef tropicali: in primis il riscaldamento delle acque, l’irraggiamento solare, i cambiamenti nella composizione chimica dell’acqua (specialmente nei livelli di salinità e nel pH – acidità) o nella sua opacità, ma anche l’aumento di alcuni inquinanti. Spesso, le variazioni sopra indicate aprono la strada a varie infezioni batteriche, che poi determinano l’espulsione delle alghe simbionti.

Fra le sclerattinie mediterranee coloniali (18 delle circa 34 specie presenti) spicca per bellezza e notorietà la madrepora arancione (Astroides calycularis).
Si tratta di una madrepora priva di zooxantelle (le alghe simbionti), incrostante, di un bel colore arancio caratteristico. È una specie termofila, che preferisce acque più calde; la sua distribuzione è quindi limitata alla parte centrale e meridionale del nostro bacino, ed è presente anche nell’Atlantico.
In genere si ritrova su fondi duri poco profondi e in ombra, fino alla fascia di marea, ma anche nel coralligeno fino a una cinquantina di metri di profondità.
Dal punto di vista morfologico, i coralliti mostrano varie modalità di aggregazione: possono essere addossati tra loro con pareti in parte fuse (tipo cerioide), separati e ben distinti (tipo plocoide), oppure, soprattutto in acque profonde, allungati e tubulari, come nel caso della disposizione di tipo faceloide.

In condizioni chimico-fisiche favorevoli nelle acque basse, questa madrepora può formare reef abbondanti e ricoprire fino al 90% del substrato roccioso, dalla superficie fino a 15 m di profondità. Le colonie di Astroides calycularis si presentano frequentemente in dense aggregazioni. Queste aggregazioni rappresentano biocostruzioni tipiche che, aumentando la complessità del substrato, promuovono la biodiversità.

Come altre madrepore azooxantellate, A. calycularis è un sospensivoro obbligato: cattura principalmente zooplancton in sospensione nell’acqua grazie ai suoi tentacoli urticanti. Sì, anche le madrepore, come gli altri cnidari, possiedono cellule urticanti .
Per approfondire:
In uno studio del 2018 è stato evidenziato un caso piuttosto particolare, uno strano comportamento di questa specie legato alla predazione. In genere, i singoli polipi di una colonia, pur essendo cloni della stessa larva, sono autosufficienti. In alcuni casi specifici, tuttavia, cooperano per “abbattere” una preda.
È stato osservato che i polipi sono capaci di catturare e consumare meduse della specie Pelagia noctiluca, organismi di dimensioni nettamente superiori alle proprie. Questo avviene grazie a un comportamento protocooperativo della colonia: quando un polipo entra in contatto con la preda, quelli vicini intervengono rapidamente, contribuendo prima a bloccarne i tentacoli e successivamente alla digestione collettiva, come descritto nello studio intitolato “Protocooperation among small polyps allows the coral Astroides calycularis to prey on large jellyfish“

Nonostante si tratti di una specie termofila, quindi amante di acqua più calda, è sensibile alle variazioni di temperatura sostanziali che stanno caratterizzando gli ultimi anni.
Uno studio del 2024 ha evidenziato che, alla temperatura costante di 28 °C, la capacità di attivare i percorsi di riconoscimento e di risposta a stimoli batterici è ridotta, anche se il corallo inizia già a mostrare segni di stress termico. In pratica, a temperature elevate, lo stress termico rende la madrepora più suscettibile agli attacchi dei patogeni. Sono state inoltre osservate diminuzioni della copertura da parte di questa madrepora a seguito delle ondate di calore estive.

Tuttavia, le specie che formano habitat, come Astroides calycularis, possono essere colpite dall’aumento della temperatura anche in modo indiretto. Non si tratta quindi solo dell’effetto diretto sul loro metabolismo, ma anche del fatto che la temperatura può alterare la loro vulnerabilità nei confronti dei predatori o peggiorare le interazioni negative con altre specie.
In particolare, come rilevato nello studio “Impacts of increasing temperature due to global warming on key habitat-forming species in the Mediterranean sea: Unveiling negative biotic interactions“, il vermocane (Hermodice carunculata) aumenta la propria attività predatoria sulla madrepora arancione all’aumentare della temperatura.
Per approfondire:
Il “mostro” sbattuto in prima pagina

Nonostante il riscaldamento delle acque del Mediterraneo stia mettendo in pericolo molti reef a madrepora arancione, una buona notizia giunge da un’area estremamente impattata dall’uomo: Bagnoli, a Napoli.
Infatti, è di recente pubblicazione (dicembre 2025) il successo, seppur parziale, di un attento lavoro di restauro ecosistemico proprio in questo quartiere dell’area occidentale napoletana.
Il gruppo di ricerca, guidato da Luigi Musco, docente di Zoologia presso l’Università del Salento, e operante in sinergia con la Stazione Zoologica Anton Dohrn e l’Università Federico II di Napoli, ha recuperato 88 colonie di Astroides calycularis naturalmente distaccatesi e rinvenute sui fondali del Golfo di Napoli. Le colonie sono state successivamente trapiantate nell’area di Bagnoli-Coroglio, un Sito di Interesse Nazionale caratterizzato da una lunga storia di contaminazione industriale, dove la specie era storicamente presente in epoca pre-industriale, almeno fino al 1946.
A distanza di quattro anni dal trapianto, circa un terzo delle colonie è risultato ancora vitale, mostrando un marcato incremento biologico: un raddoppio del numero di polipi, una triplicazione della superficie colonizzata e, fatto particolarmente rilevante, la comparsa di nuovi insediamenti giovanili. Quest’ultimo dato testimonia la capacità riproduttiva della specie anche in un contesto ambientale fortemente degradato, come descritto nello studio Long-term viability, growth and reproduction of transplanted Astroides calycularis (Pallas, 1766) coral colonies in a polluted coastal area: Evidence from a four-year restoration study.

La madrepora arancione, quindi, non è solo uno spettacolare madreporario arancione: è una specie strutturatrice di habitat, estremamente importante per le biocenosi in cui vive. Purtroppo, il suo futuro è oggi alquanto incerto. Il costante incremento delle temperature, l’inquinamento e le aggressioni dirette al substrato fanno sì che la specie sia più che mai a rischio.
Il successo del trapianto a Bagnoli, tuttavia, non è solo una buona notizia per Astroides calycularis; è una prova tangibile che, quando la scienza guida il restauro, anche negli ambienti più compromessi è possibile ridare una chance a quegli ingegneri ecologici senza i quali un reef, in qualsiasi mare del mondo, cesserebbe di esistere.
Fabio Russo
